Il Ministero e i sindacati complici hanno deciso. Dal prossimo anno scolastico verrà assunto a tempo indeterminato solo il 35% del personale ATA.

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Con l'ultimo incontro avvenuto il 4 agosto scorso tra il Ministero e i sindacati complici, si è deciso che dal prossimo anno scolastico verranno assunti a tempo indeterminato come personale ATA solamente il 35% di quanto previsto in organico. Poco più di un terzo quindi avrà un contratto a tempo indeterminato.
Mentre dovrebbero essere in servizio a tempo indeterminato quasi 35000 unità, solo 12000 verranno assunti con questa formula, i restanti 23000 saranno assunti a tempo determinato.
Il Governo continua nei fatti a creare precariato com'è ormai nella norma, con l'esito di un aggravamento della disparità economica tra chi è assunto a tempo indeterminato e chi a tempo determinato. L'anzianità di servizio, con buona pace di chi parla un giorno sì e l'altro pure di meritocrazia, perde di valore.
Questo nonostante la recente condanna della Corte di Giustizia dell'Unione Europea al Governo italiano per la mancanza di parità di trattamento economico sui lavoratori (direttiva 1999/70/CE, sentenza del 13/5/2026).
Dietro ad ogni numero dell'organico vi è una persona, un cittadino, un lavoratore che da anni subisce un precariato infinito, abituato all'insicurezza costante nella vita quotidiana.
Oltre a ricevere a fine mese uno stipendio che a fatica copre il minimo indispensabile per se stesso e per quello della sua famiglia, i precari della scuola e soprattutto gli ATA si trovano anno dopo anno a cambiare sede, sperando che ci sia ancora una posto dove essere chiamati. I tagli al personale ATA si fanno sentire anche in questa forma.
Tagliare sugli ATA non è solo tagliare su una categoria di lavoratori della scuola.
Significa danneggiare anche le famiglie e gli studenti.

Il Governo italiano, anziché assumersi le proprie responsabilità, fa cadere la colpa sulla maglia più fragile dei suoi lavoratori e investe invece a beneficio dell'industria bellica le risorse pubbliche.
È ora di alzare la testa,
mobilitarsi,
è ora che ogni cittadino e lavoratore consapevole chieda e pretenda un welfare a beneficio di ogni singolo cittadino, a partire da chi ne ha più bisogno.
La scuola non è un mercato, e non pagheremo noi il costo delle vostre guerre.