Lettera Aperta alle Compagne e ai Compagni della LIP

Nazionale -

 

Roma, 29 Gennaio 2018

 

Lettera Aperta alle Compagne e ai Compagni della LIP                     

 

Cari compagni,

abbiamo accolto con molto interesse la vostra richiesta di un confronto di merito sulla campagna di raccolta firme che state avviando in tutto il Paese per presentare al prossimo Parlamento la nuova versione della Legge di Iniziativa Popolare sulla Scuola. Seguiamo da tempo il vostro percorso politico-culturale, ed abbiamo condiviso battaglie politiche importanti, su tutte naturalmente la grande e vittoriosa risposta al tentativo di controriforma costituzionale bocciata dal Referendum del 4 dicembre 2016, che ha visto USB protagonista nei luoghi di lavoro e nelle piazze.

La crisi politica, istituzionale, sociale che quel passaggio politico segnava non ha avuto naturalmente soluzione. Il momentaneo arresto del processo di centralizzazione europea rispetto ai meccanismi decisionali dello Stato Italiano continua per altre vie a generare una costante perdita della sovranità popolare. L'intervento della Commissione europea sui conti pubblici italiani, l'attivazione del Fiscal Compact, temporaneamente rinviati al dopo elezioni, pende come una spada di Damocle su tutti noi, e determinerà in ultima istanza la quota di spesa sociale destinata al Welfare, alla sanità pubblica, ai servizi al cittadino, alla scuola. La privatizzazione dello Stato, quello che abbiamo definito “Stato SPA”, è un processo su cui purtroppo non tutti hanno fatto bene i conti.

In questo contesto di “instabilità stabile”, guidata dal pilota automatico europeo, si inserisce un altro tassello fondamentale, quello del Contratto del Pubblico Impiego, che ratifica il feroce attacco al lavoro pubblico ed ai lavoratori pubblici, e tra di loro quelli della scuola, indeboliti da una campagna mediatica martellante e ridotti ad esecutori di un apparato gerarchico che a tutto serve fuorchè a garantire ai cittadini di questo paese servizi dignitosi, gratuiti e universali.

Si pone pesantemente, per noi, la questione della rappresentanza sindacale, la necessità di costruire un sindacato generale, di massa, capace di rompere il monopolio di organizzazioni collaborazioniste che agiscono di fatto come elementi di contenimento della conflittualità sociale, e sulle quali da tempo è verificata l'inefficacia e la generosa ingenuità di quanti si ostinano a pensare di cambiarle dall'interno. Non è secondario da questo punto di vista, per completezza del quadro dei prossimi mesi, ricordare la scadenza delle RSU, importante verifica del livello di coscienza che nel mondo del pubblico impiego matura rispetto a questi temi. Nell'ordine, dunque: Contratto, Elezioni Politiche, Elezioni RSU, nella costante e decisiva presenza dei diktat europei, accettati più o meno supinamente da parte di tutte le forze politiche oggi in grado di andare al governo del Paese.

È su questi presupposti che si pone il problema della prospettiva politica, su cui certo non entriamo direttamente in quanto sindacato, ma che non può non configurarsi per noi come costruzione di una soggettività politica portatrice di un modello di istruzione che sia di rottura rispetto non solo alla cosiddetta “buona scuola”, non solo rispetto al sistema di riforme che da più di venticinque anni devastano la pubblica istruzione, ma più ancora rispetto ad una ideologia che è fatta di tecnocrazia, finta laborialità, riciclo dei termini più accattivanti della riflessione pedagogica più avanzata ma piegati ad un uso che si chiama didattica delle competenze, sistema duale, alternanza scuola-lavoro. Chi non ha chiaro questo passaggio rischia di attestarsi su battaglie di retroguardia.

È da questo punto di vista che dobbiamo stabilire se l'operazione culturale che avete in mente sia o meno adeguata, non certo a partire dalla condivisione di una buona parte dei contenuti presenti nella LIP, su cui in questa sede non ha troppo senso insistere, perchè patrimonio comune di chi ha a cuore la Scuola della Costituzione. Certo che ce l'abbiamo, ma non riteniamo che oggi basti.

Lo scopo dei comitati promotori della LIP è quello di promuovere una legge per una buona scuola della Repubblica che nasca da chi la scuola la vive e la fa. È un livello politico e legislativo che ponete molto correttamente e che può agire come richiamo, sulla parte del sindacalismo più sensibile e su quella più avanzata della categoria, perchè abbiano chiaro che la partita che si gioca oggi non è una partita puramente sindacale, ma richiede di ragionare in una prospettiva politica. È in parte quello che come USB Scuola abbiamo fatto, partecipando convintamente e significativamente alla manifestazione promossa da Eurostop, lo scorso 11 novembre. In quell'occasione scrivemmo che «Portare in piazza la verità, lo slogan del corteo di oggi, non può che diventare un intento programmatico per il mondo della scuola, dove si costruisce parte dell'ideologia dominante e dove si abituano gli studenti ad un futuro di precarietà e rassegnazione. Bisogna lavorare ad un'altra idea di formazione, e svolgere un ruolo di rottura rispetto al senso comune, a partire da oggi e per i tempi a venire, insieme a tutti i lavoratori della scuola che non intendono accettare il totale asservimento dell'istruzione pubblica e agli studenti che cominciano a percepire che le prime vittime di questo massacro sociale sono proprio loro.»

È proprio su questo terreno che, già ad una prima lettura del testo aggiornato della LIP, salta agli occhi una non sufficientemente esplicitata distanza (Gramsci l'avrebbe chiamato “spirito di scissione”) da un certo tipo di terminologia e di impostazione concettuale con la stessa L. 107 e con le riforme che l’hanno preceduta. Già all’articolo 1, comma 2 si può leggere che il Sistema Educativo di Istruzione Statale è finalizzato, tra le altre cose, “all’acquisizione di conoscenze e competenze utili anche per l’inserimento nel mondo del lavoro”. La parte più avanzata della riflessione pedagogica europea, ci riferiamo all'APED ed agli studi di Nico Hirtt, ci avvisano però da vent'anni della pericolosità insita nell'approccio per competenze (apc), la presunta vicinanza al costruttivismo e invece la reale finalità esecutiva e acritica. Certo dell’apc nella LIP non vi è traccia, ma le competenze e la necessità di preparare al mondo del lavoro, un mondo del lavoro che sfrutta, precarizza e impoverisce, altrettanto, sono poste fin dall’inizio come parte importante della formazione degli studenti. Ci chiediamo se sia opportuno, visto il contesto sociale, economico e culturale in cui operiamo. La scuola delle competenze è per noi la scuola dell'Unione Europea, la cui rottura è per noi l'obiettivo strategico oggi del blocco sociale che intendiamo rappresentare. Sappiamo bene che la LIP prova a recuperare una dimensione politecnica dell'educazione, un rapporto formativo tra istruzione e lavoro, ma anche su questo crediamo sia necessario un sovrappiù di riflessione. L’art. 36 è interamente dedicato ai percorsi di cultura del lavoro. Certo, l’articolo 1 della legge precisa che le competenze atte ad entrare nel mondo del lavoro debbono essere acquisite “nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e dell’identità di ciascuno/a, secondo i principi sanciti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia” e il processo di Valutazione e Autovalutazione appaiono volti con chiarezza, tra l’altro, “alla riduzione delle sperequazioni di risorse e opportunità tra i diversi istituti, fino al loro completo superamento” e l’ente che dovrebbe occuparsene è un ente di Ricerca e non di mera valutazione; infine i percorsi di cultura del lavoro vengono pensati come effettuabili anche in aula e decisi sulla base di specifiche deliberazioni delle singole istituzioni scolastiche, nel rispetto delle competenze degli organi collegiali, ma appare difficile svolgere totalmente in aula percorsi che durino due o tre settimane ogni anno. Inoltre i percorsi di cultura del lavoro non vanno a “riparare” la perdita di ore di laboratorio e di strutture laboratoriale che le scuole, soprattutto tecniche e professionali hanno subito in questi vent’anni di tagli e impoverimento anche solo della possibilità di costruire una vera didattica politecnica. Fatte queste doverose precisazioni, è necessario tuttavia far notare che, accettando ed adottando il testo, in passaggi anche essenziali come quelli citati, l’apparato terminologico e concettuale che ha caratterizzato il processo di riforma dei sistemi europei dagli anni’90 in poi – dal Trattato di Maastricht in poi, passando per il Libro Bianco  della Cresson e quello di Delors, fino ad arrivare al processo di Lisbona del 2000 e ad Europa 2020 –  significa purtroppo accettarne la logica sottostante. Una logica che risponde alla cultura delle imprese e immette strategie operative e metodologiche aziendali dentro i sistemi di istruzione italiano ed europeo, una logica il cui scopo ultimo è formare future generazioni di lavoratori, destinati a mansioni di bassa manovalanza o alle professioni “della conoscenza” che siano intrisi di cultura aziendalista, flessibili, disponibili al lavoro gratuito, come necessaria e scontata premessa di un lavoro adulto sottopagato, precario e depauperato dei suoi diritti. Una visione che dietro il richiamo all’europeismo e alla costruzione della “società della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, sta da decenni asservendo alle imprese e alla logica del mercato i sistemi di istruzione europei, caricandoli dell’impossibile compito di contrastare gli evidenti limiti di una politica economica europea che certo non ci sta né portando fuori dalla crisi, né tanto meno facendo crescere in termini di qualità della vita. Essa sta accentuando invece le differenze tra i paesi del Nord e Centro Europa e quelli del Sud (cui noi apparteniamo), creando un esercito di lavoratori di riserva, iperformati, disponibili a spostarsi sull’intero suolo europeo ed educati come dicevamo alla flessibilità e alla cultura di impresa fin dalla scuola.

Non nascondiamo infine che anche taluni passaggi relativi alla gestione democratica della scuola ci lasciano perplessi, a partire dalla figura del “presidente del collegio docenti”. Ma soprattutto crediamo che una riflessione sull’aumento della democrazia nella gestione della scuola si possa e si debba fare a partire dalla lotta contro un contratto che esautora il collegio docenti in modo completo e per certi aspetti irreversibile, se non a fronte di una totale inversione di tendenza.

Quanto detto finora non inficia minimamente, dal nostro punto di vista, la possibilità e la necessità di proseguire un confronto franco, costruttivo con tutte quelle forze che dentro la scuola continuano a rappresentare nuclei di resistenza rispetto alla 107/2015, la LIP su tutte, e dei suoi addentellati, e con quelle soggettività politiche che più vicine si pongono come sensibilità sulla scuola (Potere al Popolo), ma che devono avere il coraggio di entrare nel merito delle questioni ed elaborare posizioni che non siano di sia pur necessario appoggio a vertenze specifiche o di generico sostegno alla scuola pubblica, ma ragionino sul nemico reale oggi della scuola italiana: l'Europa della conoscenza.

Avremo certamente modo di trovarci nelle iniziative di raccolta firme per l'abolizione dell'articolo 81 della Costituzione, e ci impegniamo ad organizzare momenti di approfondimento comune sulle questioni che abbiamo provato a sollevare in questa lettera, grazie anche al vostro importante stimolo e alla costanza con la quale da tempo ragionate delle sorti della scuola italiana.

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Qui il testo della LIP presentato in Cassazione a Settembre

 

 

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