Scuole e porti ancora uniti. Contro guerra, carovita e genocidio, il 30 ottobre è sciopero generale.
Al mondo della scuola pubblica italiana, alle organizzazioni studentesche, alle organizzazioni sindacali di settore, alle associazioni per la difesa della scuola costituzionale, della pace, dell'accoglienza, del miglioramento sociale, alla scuola che si è battuta e si batte per la Palestina, contro tutte le ingiustizie e le discriminazioni.
Cari amici, con molti di voi stiamo condividendo da tempo percorsi densi di valore, contro il genocidio in Palestina, contro la sempre più invasiva militarizzazione delle scuole e contro quel processo di progressivo adattamento all'idea della guerra che permea la nostra società.
La nostra organizzazione ha messo in piedi un percorso di costruzione con altre organizzazioni sindacali di diversi paesi europei che ha individuato nel 30 ottobre la data di uno sciopero internazionale dei porti. Le adesioni aumentano e ormai riguardano più continenti. Siamo di fronte a un piano di lotta internazionale che non si vedeva da decenni, segno che un pezzo di classe lavoratrice prende parola contro l'economia di guerra e le condizioni materiali in termini di salari e costo della vita che essa produce. È un nesso sempre più chiaro per tanti e che deve trovare nel nostro mondo un percorso analogo: noi non lavoriamo per la guerra, vogliamo salari adeguati, democrazia sui posti di lavoro, messa in sicurezza di strutture ed edifici, fine del precariato.
La stagione del "Blocchiamo tutto", con le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 3 ottobre, ha visto il mondo della scuola scendere nelle piazze e costruire una vera mobilitazione popolare, dimostrando che quando usciamo dai tatticismi sindacali i lavoratori e le lavoratrici sono dalla nostra parte.
I portuali hanno lanciato il "Blocchiamo tutto", le scuole hanno fermato il Paese.
Oggi guerra e carovita sono le parole d'ordine che attraversano le piazze studentesche in giro per l'Europa, un segnale di risveglio che abbiamo il compito di attivare anche nel nostro Paese. Dalle scuole e dai porti deve partire l'attacco alle logiche di guerra che svuotano le tasche dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro paese. Il 4 novembre si avvicina con tutta la sua retorica patriottarda e militarista, e anche quel giorno faremo vivete gli stessi temi nelle piazze di tutta Italia. Tanto più forte sarà il 30, tanto più il 4 raccoglierà un sentimento diffuso di opposizione alla guerra.
Questo meccanismo non passa da una singola data, ma da un ciclo di lotte che riporti la politica e le rivendicazioni sindacali nella discussione diffusa tra colleghe e colleghi.
Malessere, insoddisfazione, stress e senso di impotenza sono ormai un sentimento diffuso nella categoria, ma sono il frutto di un modello che non lascia più spazio a una scuola come strumento di emancipazione.
La "grande divisione" di cui parla Christian Laval, la profonda accentuazione dei divari sociali, insomma la scuola di classe, è oggi una realtà. Le riforme di tecnici e professionali ne sono la formalizzazione.
Il 30 ottobre serve dare un segnale, ma non deve esaurirsi in quella giornata: va pensato come un percorso che formi una nuova generazione di attivisti e agitatori nelle scuole. Se non affrontiamo di petto questa questione continueremo a fare lotte di resistenza, ma non avremo mai le condizioni del rilancio.
Dobbiamo portare in piazza lavoratrici e lavoratori consapevoli che il giorno dopo si apre un lavoro che non sarà breve e che deve avere al centro la critica della scuola neoliberale, dei suoi agenti, dei suoi obiettivi, del suo nesso sempre più visibile con un orizzonte distruttivo che non possiamo permettere travolga i nostri ragazzi e noi stessi.
Il 30 ottobre non è né troppo presto né troppo tardi. Usciamo dalla logica delle singole mobilitazioni, perché quell'idea produce frustrazione e riflusso. Le scuole sono un fronte decisivo nel piano di trasformazione della società: è lì che dobbiamo riaprire le contraddizioni.