Un tormento chiamato concorso

Premessa. Il concorso docenti si è rivelato essere ciò che già dagli albori si preannunciava come un grosso fallimento all’italiana. Partiamo con ordine: bandito dal Ministero della Pubblica Istruzione ha messo in palio – perché proprio di una lotteria si tratta – 63 mila cattedre a tempo indeterminato per il prossimo triennio scolastico 2016-2018, per docenti in possesso di abilitazione conseguita tramite TFA o PAS (ci sarebbe molto da dire anche su questo aspetto).

Le prove. Per superare il concorso e riuscire a guadagnare uno dei 63 mila contratti a tempo indeterminato, i candidati sono stati chiamati a sostenere una prova computer based costituita da 8 domande di cui 6 a risposta aperta e 2 basate sull’analisi di brani in lingua con 5 sottodomande di comprensione a risposta multipla (domande che dovevano attestare una padronanza linguistica almeno pari ad un livello B2) in 150 minuti, ovvero 18 minuti a domanda. 18 minuti a domanda significano: leggere la domanda, pensare a cosa rispondere, rispondere alla domanda, ricontrollare ciò che si è scritto. Rispondere a domandine da poco, tipo quella per i docenti di storia a cui è stato chiesto di parlare dell’Islam da Maometto ad oggi, in 18 minuti. Con i sistemi informatici obsoleti di alcune realtà scolastiche, non sono mancati casi in cui i PC di alcuni candidati si sono spenti durante la prova annullando il lavoro svolto.
Alcune classi di concorso hanno sostenuto anche una prova pratica di laboratorio, ignorando quale fosse l’esito della prova computer based e solo se promossi in entrambe le prove hanno avuto accesso – o avranno accesso – alla prova orale. Per agevolare ulteriormente le cose, i candidati hanno sostenuto le prove senza sapere come e da chi sarebbero stati valutati.
Per i 165mila candidati le selezioni sono iniziate a fine aprile e non si concluderanno entro i primi di settembre come pronosticato dal Ministero, poiché sono già noti elenchi di docenti che dovranno sostenere la prova orale per il mese di ottobre: dunque addio al piano assunzioni previsto per settembre.

Le commissioni e le griglie di valutazione. Queste sconosciute. Le alterne vicende che hanno interessato le commissioni giudicatrici e le griglie di valutazione se non fosse per la gravità della cosa, sono da “Scherzi a parte”: commissioni raffazzonate, cambiate continuamente, commissioni che hanno fatto errori nell’associazione dei codici identificativi ai docenti, commissari che spesso non rispettano i requisiti di aver lavorato da almeno 5 anni a tempo indeterminato nelle scuole; professori universitari che hanno gestito e promosso gli stessi professori (oggi chiamati a svolgere il concorso) durante i percorsi del I e II ciclo di TFA e che oggi bocciano coloro che hanno promosso l’anno scorso; professori e presidi in pensione che per pochi spiccioli sono chiamati a valutare con griglie e criteri diversi per ogni commissione e regione (alla faccia del carattere nazionale del concorso) docenti che lavorano con le nuove tecnologie, nuove tipologie di didattica, classi 2.0,ecc..
È forse così che si spiega l’altissimo numero di bocciati in tutta Italia (stimati tra il 60-70%) e non per l’impreparazione dei candidati, come vorrebbe l’immagine delineata da un certo tipo di stampa. Un dato è certo e trasversale, forse l’unico dal carattere nazionale: le bocciature di circa 110 mila docenti. Solo per dare un po’ i numeri: Calabria, filosofia e scienze umane per 10 posti si presentano in 36, tutti bocciati; e per filosofia e storia sono 14 i posti, fanno domanda in 79 solo 5 sono ammessi all’orale. Emilia Romagna, arte e immagine (medie e superiori) 82 posti per 121 candidati, ammessi in 30. Liguria, sostegno I grado, 17 posti, 16 candidati, 5 ammessi all’orale. Lazio, per la scuola primaria circa 5000 i candidati per 1378 posti, 954 ammessi lasciano già ad oggi 400 posti vuoti destinati a supplenze a partire da metà settembre; supplenze che saranno ricoperte proprio da quei docenti che ad oggi risultano bocciati. Moltissime sono le commissioni che non hanno ancora resi noti i risultati delle prove sostenute a maggio.     

Epilogo. È dunque in atto l’ennesimo fallimento di un Ministero che non risolve la situazione del precariato – così come vorrebbe far intendere – ma che anzi ha creato e crea disparità di trattamento, maltrattando ancora una volta la classe docente: segnale inequivocabile del tipo di considerazione che viene da anni riservata al corpo docente italiano, incaricato nonostante tutto di provvedere alla formazione del futuro di questo Stato e alla sua crescita culturale e tutto ciò avviene nel silenzio generale di gran parte della stampa, dei sindacati e del mondo accademico.

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