USB Scuola: INTERVISTA A MARIA, DOCENTE DEL CCOO DI MADRID IN SCIOPERO A OLTRANZA

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Mentre in Italia ci prepariamo allo sciopero generale del 30 ottobre, a Madrid, oltre alle mobilitazioni per la casa esplose attorno al caso Maricarmen, i lavoratori della scuola hanno iniziato uno sciopero a oltranza.

Abbiamo contattato Maria, del sindacato di classe Comisiones Obreras.

Può presentarsi?

Sono María, docente di ruolo di Lingua e Letteratura Castigliana di scuola secondaria della Comunità di Madrid, oltre a far parte del gruppo dirigente della scuola come vicepreside. Lavoro nell’istruzione pubblica da 6 anni.

Sono iscritta al sindacato Comisiones Obreras, ma partecipo anche come docente all’assemblea del mio luogo di lavoro e a un’assemblea unitaria dei docenti nel comune in cui si trova il mio istituto.

Come e perché è iniziata questa nuova ondata di mobilitazioni? Era prevista?

La giornata del 14 ottobre è stata una giornata di mobilitazione, con una grande adesione allo sciopero da parte di tutti i lavoratori e le lavoratrici che eravamo state convocate. In particolare, nel mio istituto l’adesione è stata del 70% e nella mia zona i numeri sono simili, tra il 60% e il 70%.

Sono circa tre anni che andiamo avanti con mobilitazioni, picchetti e scioperi. La piattaforma rivendicativa è sempre la stessa: abbiamo iniziato a organizzarci per una riduzione delle ore di lezione frontale (dato che nella Comunità di Madrid lavoriamo le stesse ore dalla crisi del 2012, mentre nelle altre comunità quei tagli sono stati annullati, ma non a Madrid) e per una riduzione del numero di alunni per classe. Tuttavia, la Comunità di Madrid e il suo modello economico, che passa per il sottofinanziamento della scuola pubblica e il finanziamento della scuola paritaria, ha ignorato le rivendicazioni delle lavoratrici della scuola pubblica per tutti questi anni. A giugno abbiamo tenuto un’assemblea unitaria di tutti i sindacati di classe e delle organizzazioni politiche e si è deciso di andare allo sciopero a oltranza a partire da questo 14 ottobre, visto che le nostre condizioni non hanno smesso di peggiorare in questi anni (mancanza di docenti, di risorse per il sostegno, aumento della burocrazia, scuole ipersovraffollate, mancanza di personale di pulizia e di gestione, gruppi dirigenti che lavorano 12-13 ore al giorno a settembre e a giugno, aumento salariale, dato che, in proporzione al resto dello Stato, siamo quelli con meno potere d’acquisto in rapporto al costo della vita a Madrid, oltre alla riduzione del numero di alunni per classe e delle ore di lezione...). Anche il personale non docente è chiamato a partecipare allo sciopero, dato che ci sono sindacati che hanno dato questa copertura. Tuttavia, per esempio nel mio istituto, dove mancano personale di pulizia e collaboratori scolastici, quelli che ci sono sono convocati per i servizi minimi. Nella mia scuola la comunicazione con loro è costante e, anzi, stiamo costruendo ponti perché partecipino all’assemblea dei lavoratori.

Quanto all’università, le condizioni sono molto diverse, anche se siamo in contatto abbastanza stretto e al corrente delle rivendicazioni e delle lotte. Tuttavia, la circostanza è la stessa: pochi investimenti nell’istruzione pubblica.

Perché uno sciopero a oltranza e cosa significa in pratica? I due calendari paralleli, quello del comitato unitario e quello di CSIF, indeboliscono o rafforzano la protesta?

Abbiamo chiamato lo sciopero a oltranza perchè con gli scioperi di un giorno l’amministrazione non ha reagito né si è seduta a negoziare con noi. Siamo stanche e abbiamo deciso di andare fino in fondo. Credo inoltre che l’esempio delle compagne educatrici dell’infanzia, che sono in sciopero da quasi 9 mesi, o gli scioperi e le mobilitazioni dello scorso anno scolastico sia nelle Asturie sia a Valencia ci abbiano dato quel respiro e quella spinta di cui avevamo bisogno per prendere la decisione di farci avanti e dire: basta. Per il momento, tutte le assemblee di istituto abbiamo previsto un’adesione totale in questi primi tre giorni, e poi dovremo organizzarci per poter sostenere questo sciopero senza lasciare indietro nessuna compagna. Sono fondamentali il ruolo delle casse di resistenza e la solidarietà delle compagne che, per esempio, sono in servizio minimo.

D’altra parte, CSIF si è smascherato. È un sindacato corporativo che non è per la difesa degli interessi dell’istruzione pubblica, e lo vediamo, ancora una volta, con questa decisione di tirarsi fuori a una settimana dall’inizio dello sciopero. CSIF ha di nuovo cercato di giocare la propria partita, non rispettando gli accordi di un comitato di sciopero unitario, senza contare su nessuno e quindi mettendo i bastoni tra le ruote allo sciopero.

L’assemblea unitaria del 24 giugno è stata definita storica: come si è arrivati a questa unità tra sigle così diverse? Cosa avete ottenuto in primavera e cosa è cambiato rispetto agli scioperi degli ultimi due o tre anni?

L’unità arriva grazie a molta pressione nelle scuole e nelle piazze. Era da tempo che chiedevamo l’unità sindacale, perché alla fine ci ritrovavamo a fare mobilitazioni frammentate. Bisognava fare un passo avanti e dire: basta così. In fin dei conti è una responsabilità verso le lavoratrici e ci hanno ascoltate.

Credo che erano molti anni che l’istruzione pubblica madrilena non sperimentava un’unità come questa. Inoltre ha coinciso con quello che sembra un nuovo ciclo di mobilitazione. Le madrilene, e le spagnole, vediamo da tempo come questo sistema economico attacchi in modo sistematico i nostri diritti fondamentali come l’istruzione, la casa o la sanità.

Come reagiscono studenti e famiglie? Ci sono organizzazioni studentesche (scuole superiori, università) che partecipano o si coordinano con voi?

Gli studenti in generale stanno reagendo bene, c’è molta solidarietà. Il rapporto docente-alunno è di solito di fiducia, rispetto, affetto, riferimento... Loro vedono di prima mano la situazione in cui ci troviamo. Inoltre, sono loro a subire e vivere le conseguenze della situazione scolastica: il numero di alunni per classe, il fatto che le assenze dei docenti non vengano coperte, che non abbiamo risorse per poter offrire un’attenzione individualizzata, studiare in scuole fatiscenti, sporche, che si allagano quando piove, scuole dove le tecnologie informatiche si guastano di continuo… Nel comitato di sciopero ci sono organizzazioni studentesche e giovanili.

Qual è la risposta dell’amministrazione regionale?

Oggi (14 ottobre) abbiamo concluso la giornata di sciopero, dopo una grande manifestazione nel centro di Madrid, con le dichiarazioni della consigliera all’istruzione, che ha delegittimato lo sciopero e la mobilitazione, parlando di sciopero politico ed elettoralistico, di disordini e violenza.

In fondo è un modo per dire: non mi siederò a negoziare. Ma, beh, nulla di sorprendente per la politica del PP; noi sappiamo che trattiamo con il diavolo, perché ormai sono molti anni, a cui si aggiunge il discredito che hanno in questo momento partiti come il PP. Noi dobbiamo avere un orizzonte chiaro: bisogna continuare la lotta, senza fare un passo indietro.

Che ruolo ha avuto l’esempio valenciano? Cosa ha ottenuto quel movimento e cosa ha imparato Madrid? Ci sono somiglianze o differenze con la Catalogna?

Lo sciopero è stato convocato proprio mentre le compagne valenciane erano in lotta. Questo ha dato a molte di noi coraggio e forza: avere l’esempio che con organizzazione, unità e lotta possiamo vincere è il miglior incoraggiamento per cominciare e continuare la lotta.

Ci sono somiglianze tra le rivendicazioni di tutte le lavoratrici del settore pubblico in Spagna. Ma credo che anche a livello europeo sia così. In questi giorni ho seguito con grande attenzione le mobilitazioni in Francia, e la loro piattaforma rivendicativa e le loro richieste sono simili alle nostre.

Come si colloca Madrid rispetto alle altre comunità in termini di stipendi, ore di lezione e investimenti? I sindacati indicano una differenza di circa 500 euro al mese con i Paesi Baschi nella secondaria: come incide sulla sua vita, tenendo conto degli affitti a Madrid? Lo sciopero sta trovando collegamenti con il movimento per la casa nato dopo lo sfratto di Maricarmen?

Lo stipendio, come per qualsiasi lavoratore, è una questione fondamentale... Chi non vuole guadagnare di più? Tuttavia, gli stipendi vanno misurati in rapporto al costo della vita. E questo per noi, a Madrid, è una questione di sopravvivenza. Ho colleghe che, pur con un orario a tempo pieno, arrivano a fine mese con l’acqua alla gola perché devono destinare più del 60% dello stipendio all’affitto, per non parlare del risparmiare per versare l’anticipo di un mutuo. Naturalmente il nostro sciopero è collegato al movimento per la casa, dato che anche noi abitiamo in città. I prezzi della Comunità di Madrid sono inaccessibili anche per una categoria come la nostra e veniamo espulse dai nostri quartieri e comuni se vogliamo arrivare a fine mese... Per non parlare delle situazioni familiari e personali dei nostri studenti. È inammissibile questa situazione in uno Stato di diritto come la Spagna.

Il colore politico del governo regionale fa davvero la differenza nel trattamento dei docenti? Servirebbe una mobilitazione statale?

Credo di sì. Le politiche del PP sono neoliberiste e passano per la vendita a imprese private di tutti i servizi pubblici... È anche vero che io non ho conosciuto un altro partito al governo di questa comunità e ho 32 anni. Ma ho parlato con colleghe, familiari... E da un po’ di tempo a questa parte, le politiche di smantellamento dei servizi pubblici non danno tregua. D’altra parte, altri partiti politici hanno manifestato la volontà politica di sedersi almeno a negoziare. Quanto al coordinamento tra docenti di diverse comunità, i sindacati hanno rapporti attraverso le proprie strutture e la propria presenza nei vari territori, ma, essendo le competenze decentrate nelle comunità autonome, le condizioni di lavoro sono diverse e anche le rivendicazioni... Sarebbe opportuno partire da condizioni quadro, almeno il numero di alunni per classe, le ore di lezione o i fondi destinati in proporzione alle voci di bilancio autonomo, per esempio.

C’è dialogo con altri settori in lotta (sanità, trasporti, servizi sociali) e l’idea di uno sciopero generale o di un fronte comune? C’è anche opposizione all’economia di guerra e al fatto che il bilancio della difesa sia l’unico che non verrà tagliato?

Credo che dai tempi delle “maree” non ci sia una comunicazione stabile tra i settori in lotta, anche se poi tutte siamo in tutto. I sindacati di classe in questo hanno più facilità.

Tuttavia, in questo nuovo ciclo di mobilitazione, con uno sciopero generale all’orizzonte, spero che finiremo per convergere come facemmo nel 2014 con le Marce della dignità.

Cosa possiamo fare qui in Italia, come lavoratori e lavoratrici, per sostenere concretamente la vostra lotta?

Per esempio, con interviste come questa ci state già dando sostegno: siete un megafono per poter diffondere la nostra lotta. Che si sappia cosa stiamo facendo, che si sappia perché e che si parli di noi. Che la Spagna è più che spiagge, paella e turismo, che stiamo occupando le strade nelle principali città, che abbiamo uno sciopero generale dietro l’angolo perché abbiamo detto basta alle politiche neoliberiste che pretendono che rinunciamo ai diritti fondamentali come la casa, l’istruzione e la sanità. E che non ci arrendiamo. Per questo, non smettete di parlare di noi.

In fin dei conti, credo che, per ora, il modo migliore per sostenere la nostra lotta sia continuare a costruire ponti e a lavorare sulla solidarietà internazionale.